Iniziare un dialogo con il piccino quando ancora è nella pancia della mamma non è solo un modo dolce per stabilire un contatto con lui, ma anche una pratica utile per stabilire un primo legame nella futura famiglia.

Parlare al bambino nella pancia

Cantargli una ninna nanna, fargli sentire la voce sia della mamma che del papà, raccontargli una fiaba pensata apposta per lui: il bimbo ancora dentro il pancione sente questo ed altro. Si perchè parlare al piccolo quando è ancora nell’utero materno è una coccola non solo tenera ma che si rivela anche molto utile nel costituire quello che sarà il legame tra il piccolo e i genitori una volta venuto al mondo.

Come mai è importante parlare al bimbo nel pancione?

Come mai è utile approcciarsi al dialogo nel pancione in questo modo? «Perché il bambino è un individuo, non un “pezzo” di qualcuno dei due genitori, e ha le sue caratteristiche specifiche».

L’educazione prenatale aiuta i futuri neogenitori proprio in questa comprensione: «E’ un tipo di educazione che prevede il prendersi carico dei 9 mesi prima del parto – l’endogestazione – e dei 9 mesi dopo – l’esogestazione. Quello che promuoviamo come educatori prenatali è aiutare la creazione di un rapporto tra quel bambino in particolare e quella famiglia specifica, la sua».

Cullare a cantare al bambino

Per favorire un contatto tattile e sonoro, c’è il gioco del “cullamento” del bambino: il papà si siede dietro alla mamma e le mette le mani sulla pancia, poi entrambi si dondolano per cullare il nascituro. «Si può iniziare a cantare una ninna nanna al proprio figlio, magari quella che la nonna cantava a noi: così quando uscirà fuori, avrà già nelle orecchie una melodia nota».

Parlare al bambino nel pancione

Quando una madre parla al proprio bimbo nella pancia a volte può avere l’impressione che lui non la senta: niente di più sbagliato. «Il piccino ancora nell’utero materno apprende una serie di parole e al suono di queste si tranquillizza. La cosa bella è che questa pratica può già attivare processi di apprendimento. Attenzione però: l’ottica non è di creare piccoli geni ma di attivare una relazione». Durante la giornata quindi le mamme possono e devono sentirsi libere di raccontare quello che succede loro al proprio pargolo, e lo stesso devono fare i papà quando tornano la sera a casa: «Quello che potrebbe turbare i piccoli infatti non è subire degli stress ma sentirsi rifiutati da una mamma che si sente solo “contenitore” del bimbo», sottolinea Cristina Fiore.

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